Lo scorso 16 luglio, a seguito del voto positivo del Senato, la Camera ha approvato la risoluzione riguardante l’autorizzazione e la proroga della partecipazione italiana a 41 missioni internazionali dal primo gennaio al 31 dicembre 2020. Mentre il ritardo nell’estensione della copertura assicurativa e finanziaria riguardante l’impegno di personale delle forze armate all’estero è ormai prassi che non fa più notizia, il nuovo documento presenta risvolti interessanti dal punto di vista geostrategico, con un sempre più chiaro interesse nazionale verso il cosiddetto ‘Mediterraneo allargato’.

Quattro nuovi impegni su cinque tra Mediterraneo ed Africa

Salutata con soddisfazione dal Ministro della Difesa Lorenzo Guerini, l’approvazione parlamentare del nuovo ‘decreto missioni’ ha sancito il contributo di Roma a cinque nuovi impegni internazionali da condursi su base sia bilaterale che multilaterale.

In ambito Ue, l’Italia partecipa all’operazione Eunavfor Med ‘Irini’ per monitorare il rispetto dell’embargo sulle armi decretato dalle Nazioni Unite nei confronti della Libia attraverso compiti di pattugliamento e di ispezione nel Mediterraneo. Con il dispiegamento di 517 unità, un mezzo navale e tre mezzi aerei, l’Italia riveste un ruolo chiave all’interno di ‘Irini’, specie se si considera che il comando operativo della missione ha sede a Roma ed è guidato dal Contrammiraglio Fabio Agostini. Ancora sotto cappello Ue, l’Italia ha deciso di aderire alla missione consultiva in Iraq (Euam Iraq) per sostenere la riforma del settore di sicurezza civile con due unità di personale militare preposte a funzioni ausiliari in materia di contrasto al terrorismo e criminalità organizzata, nonché corruzione e gestione delle frontiere.

In ambito Nato, Roma ha approvato l’invio di sei unità militari come contributo all’iniziativa ‘Implementation of the Enhancement of the Framework for the South’ volta alla proiezione di stabilità nel vicinato meridionale dell’Alleanza. In particolare, i militari italiani dovranno ottemperare a funzioni di tutoraggio, formazione e supporto capacitivo nei confronti di Paesi partner richiedenti e situati lungo il fianco sud.

L’Italia ha inoltre deciso di contribuire alla forza multinazionale di contrasto alla minaccia terroristica nel Sahel, aderendo all’iniziativa francese denominata ‘Task Force Takuba’. Le forze impiegate nell’ambito di questa operazione, corrispondenti ad un massimo di 200 unità, 20 mezzi terrestri ed 8 mezzi aerei, potranno essere eventualmente destinate ad attività condotte in altre missioni operanti in loco, come quelle sotto l’egida delle Nazioni Unite o dell’Ue. Infine, sempre in Africa, Roma ha dato il via libera per il dispiegamento di un dispositivo aeronavale di sorveglianza e sicurezza nelle acque del Golfo di Guinea. Con un fabbisogno di 400 unità, 2 mezzi navali ed altrettanti aerei, l’Italia si dedicherà alla protezione delle attività estrattive condotte da Eni contribuendo alla lotta contro le rinnovate operazioni di pirateria nella regione attraverso compiti di maritime situational awareness.

Le missioni come strumento di politica estera italiana

Ai nuovi impegni si affianca la prosecuzione di attività già sottoposte ad approvazione parlamentare negli anni precedenti. Mentre alcune di queste operazioni si pongono in perfetta complementarità rispetto alle esigenze di sicurezza nazionale e alle minacce provenienti dal primo vicinato, altri impegni che, ad un primo impatto possono sembrare non di primaria importanza nazionale, assumono un significato più ampio come strumento da utilizzare nei consessi internazionali.

È questo il caso, ad esempio, della partecipazione italiana alla missione delle Nazioni Unite in Libano (Unifil) per la stabilizzazione del paese, a cui Roma destina più di mille unità, che la rendono il maggiore contributore assieme all’Indonesia. In aggiunta, la nomina di ben quattro capomissione italiani negli ultimi quattordici anni di Unifil e gli ottimi legami cooperativi con il governo di Beirut, testimoniati dall’esecuzione di una missione bilaterale di addestramento per le forze di sicurezza libanesi (Mibil), aiutano a comprendere il ruolo chiave giocato da Roma in Libano e possono essere rivelatori dei vantaggi che esso comporta nelle sedi multilaterali.

A questo proposito, l’invio di un consistente numero di forze armate italiane in missioni quali la già citata Eunavfor Med ‘Irini’, Resolute Support in Afghanistan o Joint Enterprise nei Balcani – queste ultime entrambe a guida Nato – dimostrano una chiara tendenza al mantenimento di un forte peso negoziale all’interno delle organizzazioni internazionali, che spesso tende a mascherare o compensare evidenti lacune. Come è noto, infatti, nonostante l’impegno sottoscritto durante il vertice Nato in Galles nel 2014, l’Italia non è riuscita ad avvicinarsi in maniera considerevole alla spesa del 2 percento del Pil da destinare alla difesa entro il 2024. Ciononostante, grazie all’adozione di un approccio più versatile durante il summit alleato di Bruxelles del 2018, al parametro puramente economico per la valutazione degli sforzi condotti dagli Alleati in materia di difesa (cash) sono stati aggiunti altri criteri riguardanti le capacità militari di uno stato (capabilities) e la percentuale di risorse effettivamente impiegate in operazioni condotte dalla Nato (contributions).

Il riposizionamento geografico dell’Italia continua

Ciò detto, è interessante notare delle variazioni in termini numerici rispetto al coinvolgimento di unità ed assets italiani definito negli scorsi anni. Con un contributo totale di uomini e donne in leggero aumento – 7.488 unità contro le 7.343 del 2019 – la tendenza sembra essere, infatti, sempre più quella di un riposizionamento geografico dell’interesse nazionale verso l’area del Mediterraneo allargato, come testimoniato dalla riduzione di contingenti militari in operazioni in teatri operativi più lontani, cui fa eco un conseguente aumento del personale e dei mezzi nella zona in esame.

Questa considerazione è lampante se si analizzano i dati relativi all’operazione Nato ‘Sea Guardian’, inerente ad attività di sorveglianza di spazi marittimi di interesse nel Mediterraneo, per la quale sono state autorizzate fino a 280 unità di personale militare rispetto alle 54 del 2019. Al contrario, la scheda relativa alla missione Resolute Support in Afghanistan lascia aperta la possibilità di una rimodulazione del contributo nazionale in senso riduttivo, a seconda dell’evoluzione della situazione politica e di sicurezza a Kabul.  

Questo trend è da leggersi in perfetta sintonia con le attuali problematiche di sicurezza internazionale, che rendono il vicinato meridionale dell’Italia uno scenario particolarmente complesso, con la proliferazione di cellule terroristiche e la minaccia di un loro potenziale spostamento in Europa, attraverso le rotte migratorie nel Mediterraneo, a farla da padrone. Inoltre, il crescente interesse della comunità internazionale nei confronti della sicurezza dell’area euro-mediterranea ed africana evidenzia come sia possibile prevedere un sempre maggiore contributo internazionale nella regione, un’opportunità che l’Italia non può lasciarsi sfuggire per perseguire l’ambizione di giocare un ruolo di primo piano sullo scacchiere internazionale

di Andrea Aversano Stabile