Il Sudan è più vicino all’Arabia Saudita che ai circoli illuministi e social-democratici che in Tunisia hanno rigenerato una stagione altrimenti tormentata di riformismo costituzionale. La repubblica sudanese non è neanche immediatamente rivolta al bacino mediterraneo, ma la sua storia e le sue istituzioni manifestano una certa somiglianza (tra continuità e conflittualità) coi moti del vicino Islam maghrebino. Ciò è avvenuto ben al di là dei problematici rapporti con l’Egitto o della storia recente di conflitti interni, anche per ragioni etniche, tra la zona Sud e la zona Nord del Paese, in merito ai quali sono intervenuti tanti militanti e intellettuali riformatori dell’area democratico-mediterranea.

La vicinanza del Sudan alla storia del Mediterraneo ha radici più profonde – usi, migrazioni, scambi commerciali e carovane di viaggi non solo mercantili – e paradossalmente i suoi frutti hanno una ancora più immediata prossimità alle esigenze dei giorni nostri.

Sudanese, ad esempio, è uno dei più grandi giuristi di cultura islamica del nostro tempo: Abdullahi Ahmed An-Na’im. Per alcuni teorici delle relazioni internazionali o giusfilosofi del mondo arabo-islamico si è scomodata un’accusa alimentata dagli oppositori interni, ma con un fondo di verità al proprio nucleo: l’intellettuale riformista dell’Islamismo progressivo spesso vive e lavora in Occidente per decenni, perde legami concettuali, umani, sociali e spesso addirittura personali con la terra d’origine. In altre parole, il suo sguardo, se pure così appare inevitabilmente più sofferto e genuino, dall’altro lato trasmette anche una sorta di eterna sindrome di Odisseo, il compianto per un’Itaca immaginaria e immaginata sempre più lontana da quello che Itaca nel frattempo sia realmente diventata. E sui giureconsulti islamici noti in Occidente spesso incombe un ulteriore capo d’accusa: sarebbero dei teologi del diritto, dei raffinati orditori di costruzioni teoriche anche qualitativamente raffinate (e ciò li allontana dal letteralismo del neo-fondamentalismo, poco erudito e peggio spesso strumentale), ma a digiuno dei meccanismi giurisdizionali del diritto positivo. Negli ordinamenti di provenienza quanto in quelli di destinazione. Ecco, per quanto accuse del genere siano tendenziose, nel caso di An-Na’im sono assolutamente false e non rispondenti al vero. La prima monografia di una certa diffusione internazionale dell’A. è dedicata espressamente alla riforma gius-penalistica di inizio anni Ottanta del suo Paese, che ancora continua a seguire, nonostante gli onori conseguiti nella sua prestigiosa cattedra di Atlanta. Nelle pubblicazioni successive, An-Na’im ha fatto spesso quello che gli studiosi di scienze sociali chiamano osservazione partecipante: ha preso parte ai movimenti d’opinione di cui si è occupato e non ha mai perso di vista il livello giurisprudenziale dello studio sui diritti umani. Prova ne sia la prima monografia originariamente pensata invece per il mercato e l’accademia statunitense, Toward an Islamic Reformation: Civil Liberties, Human Rights and International Law (1990). Gli elementi metodologici dell’A. son tutti già squadernati a fornire un quadro di assoluta qualità e persistente rilevanza. Colpisce innanzitutto la capacità di osservare dal didentro il conflitto sociale reale tra l’Islam della faticosa modernizzazione sociale e civile e quello che, arroccandosi anche nella protezione e nell’influenza delle lobbies militari e/o religiose, persevera in costruzioni autoritarie dello spazio pubblico. I diritti umani assumono una funzione teoretica tale da divenire essi il cappello entro cui ricondurre e rileggere la giurisprudenza della shari’a (o, per stare all’Occidente, le categorie del liberalismo economico) e non il contrario. La religione e il secolarismo non si contrappongono più: non sono due fasi della stessa storia, ma spinte e pressioni sulla produzione normativa che devono trovare una composizione nella cornice costituzionale. Se questa osservazione è ben meglio chiarita nel di molto successivo Islam and the Secular State: Negotiating the Future of Shari’a (2008), una nozione di cooperazione e sicurezza come interdipendenti nell’area afro-mediterranea (tale che la cooperazione diventa al massimo grado la forma più alta di sicurezza, e viceversa) si evince con specchiata chiarezza nel precedente African Constitutionalism and the Contingent Role of Islam. Nel volume in commento, l’A. assume la natura provvisoria dei sistemi cultural-religiosi, dandone per certa l’evoluzione (o l’involuzione) nel tempo e ritenendo di non poter considerarli come effetto di una statica e permanente dogmatica giuridica. Intuisce viepiù il rischio di strumentalizzazione del radicalismo musulmano in Africa – divenuto nell’ultimo quindicennio il collante di regimi che altrimenti ben poco avrebbero di religioso e invece molto di vera vessazione delle minoranze etniche, sociali, tribali e, ancora una volta, ugualmente religiose. Rileggere quel testo, a ormai quattordici anni dalla sua pubblicazione, ci si palesa come una sfida senza tempo per la dottrina giuridica, le cui opere o stanno sul piano teorico-elaborativo, e allora possono addirittura immeritatamente proiettarsi ben oltre il momento della loro attualità, o si esauriscono in un recentismo giurisprudenziale contingente, che non sa ricorrere alla cassetta degli attrezzi del diritto democratico e dei diritti umani ma che si compiace di una finitezza poco incisiva sui problemi reali.

Misurarsi con An-Na’im e con i tanti temi che lancia e lascia sul piatto è un dono cui l’Europa mediterranea, anche e soprattutto quella occidentalista, secolare, federalista, europeista, non può rinunciare ad attingere. In filigrana quelle copiose monografie già ci indicano quanto ritardo stiamo accumulando rispetto al nostro futuro.

Domenico Bilotti