D. Grazie per aver accettato di rilasciare un’intervista ai siti www.creaf.eu e www.ocsm.it, rispettivamente del Centro Ricerche on European Affairs dell’Università di Brescia e dell’Osservatorio sulla sicurezza e la cooperazione nel Mediterraneo dell’Università di Salerno. Sei passato dal Parlamento italiano e dal Sottosegretariato alla Presidenza del Consiglio alla Liste Renaissance (Francia) affiliata al Gruppo Renew Europe. Qualcuno ci vede una sorta di fuga dagli affari italiani.

R. Sono sempre stato impegnato per un’Europa politica e federale. L’Europa è la ragione per cui sono entrato in politica, il progetto in cui credo profondamente. Un progetto che non potremo mai realizzare senza una vera democrazia europea. Per questo dobbiamo far uscire la politica dai confini nazionali! Da quando conobbi Marco Pannella, nel 1994, credo che la politica transnazionale sia indispensabile al successo del nostro progetto. Un’innovazione politica per cui dobbiamo batterci e che ha bisogno di gesti forti: insomma, dobbiamo rischiare in prima persona. Nel 2016, due settimane dopo il referendum sulla Brexit, a Bratislava, proposi ai miei colleghi Ministri degli affari europei di usare i 73 seggi lasciati liberi dai deputati britannici per eleggere 73 deputati su liste transnazionali in una circoscrizione unica europea: cioè di piantare i semi democratici per dei veri movimenti politici europei. Emmanuel Macron riprese questa idea, prima nella sua campagna presidenziale, poi nel discorso della Sorbona. Con lui e con l’allora Ministra, e oggi mia collega parlamentare, Nathalie Loiseau, ci siamo battuti per introdurla nel 2019, ma l’opposizione del PPE e dei nazionalisti a destra e sinistra ce lo ha impedito. Siamo andati avanti lo stesso e abbiamo fatto una lista transnazionale in Francia, in cui erano rappresentate 7 nazionalità. Ora incarno con umiltà e determinazione questo progetto. Ci sono stati altri casi in passato, ma è la prima volta nella storia dell’UE che un ex membro di un governo viene eletto in un altro paese.  Le polemiche sollevate in Italia, e le grottesche richieste di Giorgia Meloni e Luigi Di Maio di togliermi la nazionalità per questo, mi hanno aiutato a rendere ancora più visibile la nostra iniziativa e confermato che siamo sulla strada giusta. Spero di rappresentare un punto di partenza per una nuova dimensione della politica europea. Senza Europa democratica, non avremo mai l’Europa di cui abbiamo bisogno ma metteremo anche a rischio le democrazie nazionali. La politica transazionale è il vero antidoto alla tentazione autoritaria e neo-nazionalista.

D. L’europeismo è senza frontiere e marcia con le persone. Parliamo appunto di persone. Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno appena compiuto la mossa del cavallo, scompaginando i giochi che parevano cristallizzati fra gli stati membri “frugali” del Nord e quelli “spendaccioni” del Sud. Cosa c’è dietro la mossa sul Recovery Fund? Hai avuto un qualche ruolo?

R. Si, una vera mossa del cavallo! Preparata da un intenso lavoro politico, sia sulla tratta Parigi-Berlino che su quella Bruxelles-Parigi. Emmaneul Macron è stato molto abile: per la prima volta da tanto tempo, abbiamo visto un Presidente francese non uccidere il dibattito all’inizio, accettando un compromesso al ribasso proposto dalla Germania, ma aggregare un gruppo di paesi attorno ad un’idea di rilancio e trasformazione europea basata su un “debito comune europeo”. La svolta non è stata sud contro nord,  Macron ha avuto l’intelligenza di coinvolgere Irlanda,  Belgio,  Lussemburgo, e non basarsi solo sulla convergenza con Italia e Spagna. In parallelo, noi delegazione Renaissance abbiamo spinto prima il gruppo Renew Europe e poi la maggioranza  del Parlamento europeo a convergere sull’idea di Recovery Plan basato su Recovery Bond. L’Europa crede cosi tanto a un piano di rilancio continentale da legare alla ricostruzione post crisi CV19 clima e digitale: per me “il carbone e l’acciaio del XXI secolo”. E’ disposta a indebitarsi insieme per finanziarlo, convinta che i profitti saranno molto superiori ai costi di oggi. Ecco perché l’idea è altamente politica e può determinare una vera svolta nell’integrazione europea. Convinto di questo, ho lavorato in prima persona, soprattutto in Parlamento, per questa iniziativa, a partire dal meccanismo e dalla denominazione “Recovery Bond”, per superare i vecchi dibattiti tra il contribuente tedesco che crede che la Germania paghi per tutti e faccia tutto e quello italiano che crede che l’Europa non abbia mai fatto nulla e che dobbiamo emettere eurobond a favore di tutti mettendo assieme i debiti nazionali esistenti.

D. La Commissione seguirà. Per dirla alla francese: l’intendance suivra. Non è un modo di ridurre il ruolo della Commissione rispetto ai compiti istituzionali di promuovere le iniziative? Eppure Ursula von der Leyen parla di Commissione geopolitica. E Josep Borrell di politica di potenza. 

R. Sta alla Commissione giocare il ruolo che le spetta! Cioè un ruolo politico. Spero che la Commissione presenti un piano ancora più ambizioso del documento franco-tedesco, che dia seguito alle risoluzioni del Parlamento europeo, che proponga di dotare l’Unione di nuove risorse, senza chiedere agli Stati di pagare di più, ma facendo pagare i giganti del digitale, della finanza o chi inquina di più. Sono convinto che l’Europa debba divenire una potenza, dato che le potenze nazionali sono impotenti innanzi alle sfide e alle minacce transnazionali e a stati-impero come gli USA di Trump e la Cina di Xi Jinping.  Aspettiamo iniziative concrete dall’istituzione concepita per farle. Borrell parte praticamente da tabula rasa, vista l’inesistenza della politica estera europea negli anni passati: quindi anche poche azioni significative farebbero una grande differenza.

D. L’asse franco-tedesco, o alleanza franco-tedesca come qualcuno preferisce, ha guidato l’Unione nei passaggi difficili. Da certe sfilacciature nel rapporto fra le due capitali abbiamo vissuto momenti d’incertezza, ora Berlino e Parigi sembrano di nuovo sintonizzate. E l’Italia? E la Spagna? Ora che il Regno Unito non c’è più, non meriterebbero maggiore voce in capitolo.

R. La coppia franco-tedesca non esiste più da tempo. Del resto, si usa il termine “coppia” a Parigi e non a Berlino. Su Facebook metteremmo “relazione complicata”. Ma l’Europa non parte neppure se non c’è un accordo solido tra Parigi e Berlino, necessario quindi e non più sufficiente. Dobbiamo aggregare gruppi di paesi e di popoli attorno a  nuovi progetti politici per l’Europa, rimanendo sempre aperti a chi voglia raggiungere il plotone di testa in un secondo momento. In questo processo, Spagna e Italia devono essere tra i protagonisti.

D. L’Unione è comprensibilmente presa dai problemi interni. Deve comunque tenere un profilo alto sulla scena internazionale. Come si pone, o dovrebbe porsi, rispetto agli attori globali quali Cina, Russia, USA?

R. Se l’Europa non diventa attore politico internazionale, sarà uno spettatore passivo nel nuovo disordine mondiale, subirà l’azione di Pechino e Washington, e lo spettacolo che andrà in onda non corrisponderà ai gusti e alle speranze degli europei. Quindi l’Europa non ha scelta: esistere in politica globale o subire. La mia scelta è chiara. 

D. Il Trattato di Lisbona è vecchio di undici anni. Andrebbe almeno rinfrescato? Macron ha ripristinato l’aggettivo “comunitario” per lamentare che la nostra insufficiente risposta alla pandemia si deve alla mancanza di competenza comunitaria in materia di salute. Tornare al comunitario? E in che modo?

R. Si, riforma dei trattati! Macron la invoca dalla sua campagna presidenziale nel 2017. Finalmente anche Angela Merkel ha ammesso che è necessaria, grazie alla divisione della CDU, all’arroganza della Corte Costituzionale di Karlsruhe e a un’evidenza che la crisi CV19 ha reso ancora più forte. Sono radicale su questo, dobbiamo pensare l’impensabile: comunitarizzare tutte le competenze condivise, affermare la clausola del primato del diritto europeo sempre e ovunque, consentire il potere d’iniziativa legislativa al Parlamento, aumentare il bilancio europeo con nuove risorse proprie. Soprattutto: arrivare ad una vera politica estera, di sicurezza, di difesa comuni.  

D. A chiusura un quesito secco.  Angela Merkel forever?

R.  Emmanuel Macron d’abord!

a cura di Cosimo Risi