Nelle prossime settimane si scriveranno nuovi capitoli nel libro infinito di un governo israeliano di emergenza nazionale, con all’interno Benyamin Netanyahu e Benny Gantz, dimostrando una volta di più per fondate le perplessità dell’opposizione interna che, sin dall’inizio della partita, aveva ritenuto i due rivali solo sulla carta, e non competitori sostanziali nell’agone delle idee politiche e delle politiche pubbliche. Peraltro queste letture, anche quando corrette, non sempre aprono a conseguenze più positive dei fatti che denunciano.

La sinistra americana, ad esempio, la stessa che si era negli ultimi mesi cullata sulle possibilità di vittoria di Sanders alle Primarie democratiche, aveva rispolverato questa immagine degli “avversari di carta” alle Presidenziali del 2000, con una martellante campagna dove Al Gore e Bush Jr. erano ritratti straordinariamente simili anche nelle fattezze fisiche. Non portò fortuna: Bush prevalse la prima volta con un verdetto contestatissimo che tuttavia lo munì di tutti i poteri esercitabili; quattro anni dopo vinse a mani basse, nonostante la sua campagna elettorale si basasse su temi internazionali di difficile accessibilità alla massima parte del suo elettorato (Iraq, Afghanistan, Iran).

Come negli States di vent’anni fa, del resto, nell’Israele di oggi un punto di chiusura formale-istituzionale spetterà alla Corte suprema di Stato, che analizzerà le petizioni presentate contro il costituendo patto governativo, il cui elemento chiave è l’investitura a primo ministro di un deputato formalmente incriminato. Grande è la confusione eppure la situazione non eccellente.

L’Avvocato generale Mandelblit, un positivista intransigente che mise a verbale l’incriminazione del primo ministro in pectore per corruzione, frode e abuso di potere, oggi non si sbilancia. Ammette anzi che potrebbero non esservi argomenti giuridici vincolanti per escludere la formazione del governo. Il sistema israeliano non ha una costituzione scritta, ma una serie di leggi fondamentali (versione rafforzata delle fonti di diritto comune che i Paesi di civil law associano solitamente alle codificazioni) la cui costante e sistematica interpretazione garantisce tuttavia la sussistenza pragmatica di una costituzione materiale.

Nel ricco paniere di quelle fonti, frutto di un’elaborazione legale-normativa durevole e anche approfondita, non si rinvengono norme espresse contro l’annunciato cartello governativo. La sinistra pacifista si è sfilata dal coro e ha abbandonato la confederazione politica cui aveva dato vita con lo storico partito laburista, ormai prossimo a trasferirsi in una coalizione la cui controparte negoziale sarà l’indecifrabile Gantz.

A Tel Aviv montano le proteste. I movimenti sociali sono sobillati da una pluralità di questioni diverse, fondamentali tutte, ma altrettanto francamente impossibili da ricondurre a sistema: la battaglia contro la corruzione pubblica, dalla camera assembleare fino alle amministrazioni locali; un’idea di cittadinanza slegata da ragioni etnico-confessionali; le misure da adottare per gestire pandemia e prosecuzione delle attività economiche.

Ci sono allora elementi per una diversa narrativa urbanistica dello Stato d’Israele. Se Tel Aviv, di tradizione tendenzialmente progressista, dalle accademie fino alle tifoserie di calcio, è la base di questa multiforme protesta che ragiona ancora per denominatori comuni troppo corti, Gerusalemme conferma la sua struttura da leggere per quartieri, zone, professioni e scuole rabbiniche. La componente ultra-ortodossa era stata determinante per i numerosi esecutivi di destra succedutisi negli ultimi decenni: alimentati dal mito di una narrazione nazionalistica che non disprezzava perciò il racconto atavico-simbolico della generazione dei padri, quei governi avevano a propria volta strizzato l’occhio a questo mondo di complicata leggibilità, ma espansivo sul piano elettorale, demografico, editoriale.

Adesso i termini della questione appaiono meno risolti e unilaterali. La polizia è dovuta intervenire a macchia di leopardo nelle ultime settimane, per sgomberare assembramenti in violazione delle norme regolamentari e di legge. Non solo alle funzioni religiose (funebri e matrimoniali), che, per quanto compresse fenomenologicamente e amministrativisticamente dalle misure di contenimento, possono a ogni buon conto invocare a propria difesa il rispetto del correlato e fondante diritto di libertà. Persino durante feste private o ritrovi privi di specifica cadenza e significazione rituale. Il mondo ultra-ortodosso ha insomma sin qui frainteso i rischi pandemici: v’è stato chi lo ha associato a conseguenza etica ineluttabile delle dissennatezze mondane, chi lo ha vissuto come un allarme inutilmente montato dai media liberali internazionali presuntivamente antiebraici, chi ha addirittura lo ha snobbato, non lo conosce, non se ne cura.

E così il famigerato “avamposto occidentale” in Medio-Oriente assomma in sé tutti i problemi di tenuta istituzionale e di protezione delle libertà fondamentali che stanno, e non da ora, mettendo sotto torchio l’asset giuridico e giurisdizionale delle libertà fondamentali. Per tremendo che sia riconoscerlo, il Covid-19 non è stato la causa che ha innescato questi processi che urgono a immediate rivisitazioni critiche, ma più drasticamente il lievito velenoso che ha aiutato a far esplodere quei bubboni. In palio non è il futuro dei poteri parlamentari sulla produzione legislativa, o comunque non solo; molto prima, la legittimazione sostanziale dei principi giuridici ai quali si demandavano le possibilità di una governance autenticamente democratica.

di Domenico Bilotti