L’esperienza della pandemia (Covid-19) – ancora in piena azione – ci sta dimostrando che il virus richiede, per essere sconfitto, tempi più lunghi di quanto immaginavamo fino a qualche settimana fa e strumenti eccezionali. Tutto quello che finora il virus ha travolto (vite umane, sicurezza personale e collettiva, diritti e libertà fondamentali), in parte non ci verrà più restituito, in parte (ci verrà restituito) secondo una tempistica che, ad oggi, non siamo ancora nelle condizioni di poter pianificare in modo certo e razionale (se non in maniera ancora minima).  Per cui, la c.d. “fase-2”, non sarà molto diversa dalla “fase-1” (almeno fino a tutta l’estate), anche se risulta evidente che in alcune regioni, specie al Sud, la situazione sia decisamente migliore che al Nord. La colpa, ovviamente, è del virus, che resiste, ma è anche certo che alcune cure stanno dando risposte positive importanti.

La pestilenza (non uso a caso questo termine) ha disarticolato la trama di alcuni diritti e libertà fondamentali, generando reazioni legittime in capo a persone e gruppi che hanno assistito (senza poter fare molto) alla progressiva contrazione – nell’ambito del proprio circuito sociale di riferimento (es. confessioni e organizzazioni a carattere religioso e relativi luoghi di culto) – anche di quelle “azioni pratiche” ritenute necessarie per potenziare l’opera di discernimento del sacro, per rinsaldare accordi con le divinità, per fare in modo che il flusso di benefici possa continuare a scorrere (Jensen, 162).  Il riferimento corre al c.d. “pubblico esercizio del culto” (non solo cattolico, ovviamente), che ha subito anch’esso restrizioni, valutate, complessivamente (anche in ambito confessionale), come comprensibili nella fase-1 e adesso – in vista della fase-2 – ritenute (per esempio in ambito cattolico) “inaccettabili” (CEI, 26 aprile 2020) nonchè meritevoli di nuovo apprezzamento, sotto diversi profili. Da parte invece delle altre confessioni e organizzazioni religiose, non ci sono al momento comunicati ufficiali in materia. La sensazione è che (da parte delle confessioni diverse dalla cattolica) si voglia probabilmente aspettare di vedere, concretamente, come evolveranno i rapporti (riservati) tra Presidenza del Consiglio dei Ministri e CEI (ad oggi, a buon punto) e poi eventualmente avanzare (anche loro) richieste conseguenziali (in ragione del dettato di cui all’art. 8, co. 1 Cost.).

A mio avviso, lo stato di incertezza (di pericolosità latente) della pandemia dovrebbe consigliare a tutti gli attori – anche quelli “a carattere religioso” coinvolti in questa vicenda (e alla Chiesa cattolica in primis che più si è esposta in modo dialettico) – di non avanzare richieste troppo perentorie.

È alla politica che compete stabilire quando l’emergenza può essere ritenuta superata, dando l’avvio al ripristino di un piano razionale di rientro dall’emergenza, d’intesa con gli scienziati. Ed è alla politica che spetta ricondurre ad unità il rapporto tra interessi e bisogni dei singoli (e delle formazioni sociali) e bene comune.

Sul fronte dei rapporti tra il Governo e i gruppi religiosi, va detto, con onestà, che dopo la fase più calda (quella cioè successiva all’annuncio del DPCM del 26 aprile), i toni si sono nuovamente abbassati; il senso di responsabilità e di predisposizione alla leale collaborazione hanno nuovamente “occupato la scena”, e questo mi sembra di buon auspicio.

Il passo avanti sulla celebrazione in sicurezza dei funerali (come da Circolare del Ministero dell’Interno del 30 aprile 2020), lascia ben sperare sul resto (ancora però in embargo).

Detto questo – e tenuto conto che la libertà religiosa non è in discussione (né la distinzione degli ordini, politico e religioso) – mi sembra razionale condividere la tesi di chi, in dottrina (ma anche sul versante politico) auspica una soluzione negoziata. A patto che questa strada (del negoziato) non venga concepita secondo la vecchia logica delle corsie differenziate – tavoli concertativi diversi a secondo dell’interlocutore religioso (più o meno rilevante) – bensì pianificata in modo “circolare”, coinvolgendo contemporaneamente tutti i gruppi a carattere religioso, filosofico e non confessionale (anche utilizzando i potenti mezzi tecnologici) in modo da produrre soluzioni ampiamente condivise (e non tarate sul profilo specifico di un singolo gruppo), nel rispetto delle differenze all’interno del perimetro del principio di uguaglianza.

È facile intuire, quindi, che l’organizzazione di un piano finalizzato a razionalizzare i bisogni pratici della libertà religiosa (di tutti, come vuole l’art. 19 Cost.) – nel perimetro della laicità dello stato – richieda tempo, competenze, sensibilità, volontà cooperativa.

È scontato che la partecipazione dei fedeli alle funzioni religiose non può non stare a cuore alle istituzioni pubbliche (perchè ne soffrirebbe innanzitutto la laicità repubblicana), al pari dell’impegno, però, da parte delle confessioni e delle altre denominazioni organizzate della religiosità nello spazio civile, a non forzare i tempi, sacrificando l’altrettanto diritto fondamentale alla salute.

Se c’è una cosa che questa esperienza ci sta insegnando sempre meglio è che il virus non riguarda solo il corpo dell’individuo (inclusa la sua sfera spirituale e religiosa), bensì l’intero corpo sociale. E quindi, i miei comportamenti sbagliati non sono solo una minaccia per me, ma per tutti. Speriamo, allora – sulla scia di questo momento difficile – di riuscire a costruire una nuova responsabilità sociale (che includa ovviamente anche tutte le esperienze religiose presenti in Italia) e di vivere (parafrasando N. Bobbio) la libertà nella consapevolezza di essere parte di un contratto sociale.

di Gianfranco Macrì – Direttore OCSM