Le vigilie dei Consigli europei sono sempre cariche di attese e dichiarazioni altisonanti delle delegazioni, ciascuna ad annunciare la linea rossa da non varcare. Se le dichiarazioni corrispondessero completamente al vero, tutti i vertici fallirebbero. E invece il compromesso interviene, fosse anche sulla necessità di rinviare le decisioni ad evitare la spaccatura. L’appuntamento del 23 aprile non è da meno. L’Italia – è il dato positivo di questa vigilia – torna a parlare d’Europa, anche i termini critici aiutano a sintonizzarci sulla drammatica attualità. La fase 2 può e deve partire dalla riscossa dell’economia e dal ripristino del tessuto sociale lacerato dall’isolamento.

I mezzi finanziari per la riscossa sono così ingenti che solo lo sforzo comune dell’Unione può assolvere al compito. La BCE è già partita con l’acquisto dei titoli di stato, da sola non basta, occorre mettere in campo una strumentazione in parte già usata, il MES aggiornato, e in parte da inventare.

Ci sono forze contrarie ad una  parte se non all’interezza del pacchetto annunciato per ragioni di principio. Queste forze si sono manifestate in occasione del voto al Parlamento europeo bocciando anche il passaggio sui Coronabond, che si pensava sarebbe stato accolto. Dai pronunciamenti successivi è emerso che quel voto si iscriveva nel disegno di svelare quanto ci sarebbe dietro alle manovre finanziarie europee: la cessione di sovranità a favore di organismi sovranazionali di fatto guidati dallo spirito del Nord.

Qualsiasi provvidenza giunga da Bruxelles comporta un “droit de regard” da parte degli altri sulle manovre domestiche di bilancio, con conseguente perdita di autonomia. Anche il MES depurato da certe condizionalità andrebbe in questo senso, e allora meglio riprendersi quanto l’Italia ha già versato nel fondo invece che attingere al fondo. Lo stesso si dica del SURE, un MES mascherato da applicare al mercato del lavoro per imbrigliarlo. I progetti comuni di investimento, pure nella forma degli Eurobond, implicano cessioni di sovranità, sulla loro attuazione graverebbe la vigilanza dell’ente erogatore, che sia la Commissione o la BEI o un soggetto di nuovo conio.

La sfida sarebbe di “fare da soli”: emettere titoli nazionali così riconquistando la libertà di manovra. L’intervento della BCE sarebbe da verificare in questa eventualità. Pier Carlo Padoan esprime il dubbio che “quanto del debito italiano non potrebbe essere assorbito dalla Banca Centrale dovrebbe essere cercato sui mercati, che si interrogherebbero sulla sostenibilità del nostro debito, nel frattempo cresciuto per affrontare la crisi”. Il fare da soli libera da certi vincoli per incorrere in altri.

Il piano in studio alla Commissione è di emettere titoli sulla base del Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) 2021 – 27, con una crescita potenziale se non reale dei bilanci europei negli anni a venire. Da due anni i negoziati sul QFP languono per il fronteggiarsi fra i rigoristi del Nord e i solidaristi del Sud. Superare d’un colpo la diatriba richiede uno slancio notevole da parte di tutte le delegazioni. Per non parlare delle soluzioni ponte fra l’urgenza d’intervenire ed i tempi medi di attuazione delle nuove misure.

A Charles Michel e Ursula von der Leyen il compito di comporre quanto oggi appare scomposto dietro alle rispettive linee rosse.

di Cosimo Risi