In risposta alla pandemia da Coronavirus in corso, il leader supremo iraniano, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha approvato il rilascio di circa diecimila detenuti. Il provvedimento riguarda i condannati a oltre dieci anni di carcere che abbiano già scontato almeno metà della pena, gli uomini di età superiore ai settanta anni e le donne di età superiore ai sessanta che abbiano scontato almeno un quinto della pena, nonché i condannati a pene inferiori a cinque anni per reati legati alla sicurezza (prevalentemente detenuti per ragioni politiche e disordini di piazza).
Tali misure si aggiungono a quelle già predisposte all’inizio del mese di marzo dalle autorità iraniane. Tramite la prima riforma, era stata prevista la liberazione temporanea di circa ottantacinquemila persone. Il portavoce della magistratura iraniana ha dichiarato che si tratta di una misura senza precedenti.   
Secondo un rapporto presentato a gennaio dal relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani, l’Iran ha dichiarato di detenere in prigione circa centottantacinquemila ristretti, di cui si ritiene che una quota significativa provenga dalle proteste antigovernative del novembre scorso.       
Il provvedimento è stato emanato in conformità all’art. 110 della Costituzione iraniana, ai sensi del quale tra le prerogative della Guida Suprema è riconosciuta la possibilità di concedere la grazia o l’amnistia, secondo i criteri del diritto islamico sciita, su proposta del Presidente dell’Organo Giudiziario.      

Il parlamento turco, invece, ha recentemente approvato un disegno di legge che ammette agli arresti domiciliari o alla liberazione condizionale quasi novantamila detenuti.  
Il provvedimento prevede che alcune categorie di detenuti possano beneficiare di un rilascio anticipato o essere trasferiti agli arresti domiciliari, in base alla vulnerabilità o alla durata della pena. Tra questi, quelli di età superiore ai sessantacinque anni, le donne con figli minori e i detenuti affetti da gravi malattie. Coloro che attualmente scontano le loro pene in una prigione diversa da quella di isolamento potranno anche essere destinati agli arresti domiciliari per due mesi, con una possibilità di proroga per un ulteriore periodo di due mesi.          
Alcune organizzazioni umanitarie, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch (HRW), si sono dette parzialmente contrarie alle misure impiegate, poiché ne sono rimasti esclusi i detenuti condannati in base alle leggi antiterrorismo, tra cui le decine di migliaia di dipendenti pubblici, funzionari giudiziari, avvocati, personale militare, giornalisti e politici, incarcerati nella repressione successiva al fallito golpe del 2016.        
Secondo i dati del Consiglio d’Europa, con i suoi trecentomila detenuti la Turchia è il secondo Paese in Europa per numero di prigionieri ed il sistema carcerario più affollato con una popolazione penitenziaria che eccede del 123% il novero dei posti disponibili.


I provvedimenti di amnistia dei due Paesi trovano punti di contatto nella loro struttura di base, mentre le divergenze nell’impostazione di dettaglio ne manifestano il differente apprezzamento politico e il diverso contesto applicativo socio-istituzionale.
In entrambi i casi, infatti, le misure sono state emanate allo scopo primario di diminuire la popolazione carceraria, prevedendosi forme di riduzione della pena per reati anche di media e/o medio-alta entità. Nondimeno, in entrambi i casi è stata prevista la possibilità di scontare la pena residua in forma alternativa, attraverso gli arresti domiciliari o la libertà condizionata.      
D’altro canto, al di là delle esigenze umanitarie delle carceri, con l’inserimento dei detenuti politici fra i beneficiari del provvedimento di amnistia, l’Iran ha evidentemente cercato di lanciare un messaggio agli Stati Uniti, che nelle scorse settimane avevano fatto sapere tramite le proprie rappresentanze diplomatiche che la responsabilità per ogni detenuto americano deceduto in una prigione iraniana sarebbe stata attribuita a Teheran. Si evince chiaramente l’intenzione di attenuare le già pesanti sanzioni che incombono sulla situazione del Paese, attraverso un’operazione dalle finalità squisitamente diplomatiche.          
All’opposto, la Turchia, escludendo dalla legge sull’amnistia i condannati per le leggi sul terrorismo, ha nuovamente mostrato i muscoli a fronte dell’emergenza sanitaria del paese, non lasciando margini di vittoria alle (pur sempre più marginalizzate) opposizioni o alle organizzazioni umanitarie. Perseguendo i propri obiettivi di politica interna, infatti, Erdogan ha annunciato che il provvedimento si pone in continuità rispetto alla previsione di nuove carceri in tutto il paese.         

La gestione del sistema penitenziario si conferma, ancora una volta, volano delle scelte politiche dei governi, a dimostrazione della duttilità dei diritti fondamentali in questa delicata fase di alterazione degli equilibri interni ed internazionali.

di Daniele Corasaniti