1.  Boutros Boutros-Ghali e Shimon Peres (André Versaille, cur., La guerra più lunga, la pace più difficile, Corbaccio, 2008) ripercorrono la storia del rapporto fra Israele e mondo arabo.  Boutros Boutros-Ghali, Ministro degli Esteri di Egitto e Segretario Generale ONU, e Shimon Peres, Primo Ministro e Capo dello Stato d’Israele partono da lontano: dalla risoluzione UNGA del 1947 che decreta la spartizione della Palestina (in senso geografico) in due zone, una araba e una ebraica. La risoluzione, non votata dalle delegazioni arabe che lasciano la riunione presagendo l’insuccesso, consente a David Ben Gurion di proclamare nel 1948 la nascita dello Stato d’Israele e sostituire i festeggiamenti con l’attesa dell’imminente attacco della Legione Araba.

Una nota curiosa nella vicenda del nuovo Stato è la proposta che il Ministro Abba Eban, per incarico del Primo Ministro, recapita a Albert Einstein di diventarne il secondo Presidente. La proposta è declinata, non per scarso ebraismo, sottolinea lo scienziato enfaticamente definito l’ebreo più famoso della storia dopo Cristo, ma per dichiarata incompetenza a trattare i problemi degli uomini essendo egli tagliato ai problemi della scienza.

Dal 1948 si dipana la vicenda del Medio Oriente che pesa sulla politica di vicinato dell’Unione europea riguardo al Mediterraneo meridionale e orientale. La vicenda vede anche il gioco molteplice delle alleanze, da quando il Regno Unito, rimettendo il Mandato sulla Palestina, lascia spazio agli Stati Uniti e, almeno inizialmente, all’Unione Sovietica, il primo paese a riconoscere il nuovo stato. Vi è un’affinità ideologica fra l’Israele del sionismo socialista delle origini e il sistema sovietico.

Nelle guerre che oppongono Israele agli arabi dopo la prima, detta anche Guerra d’Indipendenza, gli Stati Uniti sono al fianco del paese. La Guerra dei sei giorni (1967) li vede rifornire Israele di comunicazioni sui movimenti delle truppe arabe, il che consente all’IAF (Israeli Air Force) di colpire al suolo gli aerei egiziani e siriani. L’aiuto sovietico alla coalizione è meno efficace, malgrado che emissari di Mosca siano presenti in ampia misura nell’Egitto di Gamal abd – el Nasr (Nasser). Nella successiva Guerra del Kippur (1973) l’aiuto statunitense prima ribalta le sorti dell’attacco arabo e poi preme su Israele affinché non giunga fino al Cairo, in quella che sarebbe un’onta insopportabile per l’intero mondo arabo. La non –  vittoria delle due parti consente l’apertura di negoziati di pace, che si concludono con gli Accordi di Camp David e la restituzione del Sinai all’Egitto. Il Premio Nobel per la pace ai firmatari, Menachem Begin e Anwar al – Sadat non porta bene a quest’ultimo, che resta vittima di un attentato da parte di un oppositore interno. La stessa sorte toccherà nel 1995 a Yitzhak Rabin, “colpevole” di avere concluso gli accordi di Oslo con i Palestinesi.

L’Unione Sovietica, respinta dall’Egitto di Sadat che preferisce la sponda americana, si ritrae dallo scenario mediorientale per conservare il ridotto siriano e lo sbocco al mare caldo grazie alla base navale di Tartus. Il Presidente Hafez al – Assad la concede nel 1971 come appoggio logistico alla flotta sovietica perché non debba rientrare nel Mar Nero per la manutenzione. Nel 2017 il figlio Bashar al – Assad rinnova l’accordo per 49 anni riconoscendo la sovranità russa sulla base e sul territorio circostante.

Da una parte Washington è al tempo stesso amico inossidabile di Israele e mediatore nei negoziati di pace che si susseguono sulla base di vari quanto vani piani. Dall’altra Mosca limita il raggio d’azione conservando comunque un potere d’interdizione da membro permanente del Consiglio di Sicurezza. Il crollo dell’URSS (1991) ridimensiona le ambizioni “imperiali” della nuova Russia, che è chiamata a testimone più che a parte attiva nei negoziati di pace. Alla firma, alla Casa Bianca, le mani che si stringono sono quelle di Yitzhak Rabin, Yasser Arafat e Bill Clinton, il Ministro degli Esteri Andrei Kozyrev siede in platea.

Per la Russia si apre  una stagione di modesta presenza mediorientale, il palcoscenico è calcato dagli attori regionali e dalla superpotenza americana. L’Unione europea si ritaglia il ruolo di finanziatore dell’Autorità Palestinese fino a diventarne il primo donatore al mondo, nonché sul piano politico di autore di soft diplomacy, essendo quella hard  riservata agli USA. Ne è prova che appena Bruxelles tenta una sortita fuori dalle righe, ad esempio criticando l’espansione degli insediamenti, Israele si riserva l’ascolto,  conta sul fatto che il campo europeo, alle strette, non rimarrebbe compatto. La sensibilità della Germania ai rapporti con il mondo ebraico è nota e oltremodo comprensibile.

2.  La svolta nel ruolo russo avviene alla stregua del consolidarsi del potere di Vladimir Putin e dell’abilità diplomatica del Ministro degli Esteri Sergej Lavrov. La fase culminante si situa nel quinquennio 2015 – 20 e coincide con la spedizione di Siria e la partecipazione all’accordo sul nucleare con l’Iran. La capacità di muoversi sulla duplice scena Medio Oriente -Golfo è dimostrata dal pragmatismo con cui Mosca si riavvicina a Teheran, Riad,  Gerusalemme.

Il rapporto con l’Iran conosce anche la fase triangolare con la Turchia per stabilizzare la Siria lungo fasce di rispettiva influenza. Il rapporto con Israele è determinato dall’interesse di quel Governo affinché la Russia tenga le milizie sciite e filo-iraniane lontane dal confine con la Siria: ad evitare che costituiscano una minaccia paragonabile a quella esercitata in Libano da Hezbollah, milizia e gruppo politico di chiara ispirazione iraniana. Il rapporto con l’Arabia Saudita ha la plastica consacrazione della visita di stato di Re Fahd a Mosca. Che si tratti di  teocrazia, sciita o sunnita, o di democrazia ebraica vicina all’America, conta per Mosca l’intessere relazioni se non di amicizia quanto meno di comprensione reciproca per perseguire interessi comuni.

L’interesse prioritario russo è di: preservare il potere di Assad come garanzia per la permanenza russa nel mare caldo, coordinarsi con l’Arabia Saudita sul mercato del petrolio, fare leva su Israele per alleggerire il rapporto con gli Stati Uniti. Su ogni pista Mosca sacrifica qualcosa in cambio di qualcos’altro: la somma algebrica del dare e dell’avere deve tornare favorevole se anche per gli osservatori internazionali la sua diplomazia regionale è considerata un caso di scuola. Basti pensare al modesto sforzo militare sul terreno in Siria per ottenere un grande dividendo  politico. Assad resta al suo posto malgrado che, all’inizio della crisi, la comunità internazionale ne pretendesse l’allontanamento.

La figura del Presidente russo, la sua permanenza al potere in quella che si definisce “la democratura”, e cioè la crasi di democrazia e autoritarismo, sono oggetto di saggistica. Al riguardo si veda La questione Putin (Fabrizio Cicchitto, cur.,  Roma, 2017), che lumeggia la difficile gioventù e la formazione da agente segreto di stanza a Bonn del futuro Primo Ministro di Boris Eltsin e poi suo successore alla Presidenza, della rotazione al vertice con Dmitrij Medvedev, della recente proposta di modifica della Costituzione per consentirgli di correre per un nuovo mandato.

L’atteggiamento americano, sin dalla Presidenza Obama, sembra “sick of the Middle East”. Washington  fallisce la gestione delle Primavere arabe e del loro tracimare in una serie di conflitti regionali oltre quello tradizionale israelo-palestinese (Ekaterina Stepanova, Russia and Conflicts in the Middle East: Regionalisation and Implications for the West, in The International Spectator, n. 4/2018).

Per converso, la risposta russa appare pragmatica ai limiti della spregiudicatezza. La regionalizzazione dei conflitti implica che non è più il tempo per i grandi accordi fra superpotenze (l’ultimo nel 2016 fra Lavrov e Kerry), a meno che non siano sostenuti da patti fra gli attori regionali. Le superpotenze trovano il limite insuperabile nel non potere dispiegare appieno il loro potenziale, hanno dunque una credibilità ridotta presso i soggetti regionali. Il loro impegno si misura sulla capacità di suscitare interessi presso gli attori regionali. Il proporsi come mediatori di soluzioni interne  è più conveniente che provocare soluzioni esterne. E la Russia, priva com’è di aspirazioni egemoniche e reminiscenze coloniali, è accreditata a questo ruolo.

La ricostruzione di Stepanova coglie il dato che la Russia preferisce inserirsi nel crocevia delle crisi per volgerle a vantaggio proprio e degli alleati, invece che porsi da risolutore esterno. E’ un soggetto di fuori che si inserisce nei varchi regionali, con l’autorità che deriva dalla potenza militare, peraltro non sostenuta alla lunga dalla potenza economica, e dall’ostentata indifferenza ai temi domestici (forma del regime, rispetto delle libertà fondamentali e dei diritti umani). Un approccio non ideologico che viene dalla delusione della strategia sovietica dei regimi amici. Un approccio che viene dalla considerazione che, da paese petrolifero, la Russia “[has] no ‘grand’ or vital  strategic interest in any particular region beyond post – Soviet Eurasia, including the Middle East” ( Ivi).

Il Medio Oriente e il Golfo come chiavi per riaprire il varco nella “Eurasia post sovietica” dopo le sanzioni per  Crimea e Ucraina? E’ una possibile pista di lettura.

di Cosimo Risi