Parte prima: le date chiave.

Anni Sessanta del XX secolo. La prima politica estera della Comunità europea riguarda la fascia  di accordi di cooperazione (accordi di prima generazione) con alcuni paesi del Maghreb, già sotto controllo della Francia. Sono accordi fotocopia che saranno poi estesi con qualche variazione ad alcuni paesi del Mashrek.

Anni Ottanta. Al Consiglio europeo di Venezia la Comunità adotta l’omonima Dichiarazione che ridefinisce il quadro delle relazioni con il Medio Oriente riconoscendo la titolarità dei Palestinesi alla loro specifica rappresentanza nei negoziati di pace. Una presa di distanza rispetto alla politica americana seguita fino ad allora che qualificava di terrorista l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). La Dichiarazione risponde alle riserve palestinesi riguardo agli accordi di Camp David fra Israele e Egitto ed alla pretesa del Cairo di rappresentare anche gli interessi palestinesi. Gli accordi di Camp David portarono alla restituzione del Sinai all’Egitto, la penisola era stata conquistata da Israele durante la Guerra dei Sei Giorni (1967).

Anni Novanta. Con la Dichiarazione di Barcellona si inaugura la strategia euro-mediterranea, o strategia di Barcellona o partenariato euromed, che vede l’adozione di un documento comune, la Dichiarazione, da parte dell’Unione europea e dei paesi terzi del Mediterraneo, compresi Israele e Autorità Palestinese. Fa seguito agli accordi di Oslo e Parigi che avevano portato al reciproco riconoscimento fra Israele e ANP nonché all’accordo di pace fra Israele e Giordania. La morte nello stesso anno del Premier israeliano Yitzhak Rabin mette in discussione il processo.  Barcellona segna il primo tentativo di regionalizzare la cooperazione fra le due aree attorno alla comune piattaforma di tre capitoli: politico e di sicurezza, economico e commerciale (accordi di associazione o di seconda generazione), culturale e sociale. Il processo euro-mediterraneo è rilanciato nel 2008 con l’Unione per il Mediterraneo, tuttora funzionante relativamente alla messa in opera di progetti comuni.

Anni Duemila. L’Unione adotta la strategia Wider Europe per i rapporti coi paesi terzi dell’Est europeo e del Mediterraneo a seguito del grande allargamento. Fra il 2004 e il 2007 aderiscono all’Unione dodici nuovi stati membri portando così i confini dell’Unione in pieno  Mediterraneo (Malta, Cipro) e in prossimità della Russia (paesi già d’influenza sovietica o ex URSS). Nasce la politica europea di vicinato (PEV) con approcci differenziati all’Est (paesi potenzialmente candidati all’adesione) e al Sud (paesi non suscettibili di aderire). La seconda Guerra del Golfo (la prima fu combattuta nei primi Novanta per liberare il Kuwait dall’invasione irachena) porta alla caduta di Saddam Hussein. Apre la lunga stagione della instabilità irachena e della presa d’influenza da parte dell’Iran grazie alla maggioritaria presenza degli sciiti. ISIS – DAESH si costituisce con i fuoriusciti dell’esercito iracheno e del Partito Baath.

Anni Duemiladieci. Le Primavere arabe partono dalla Tunisia per lambire tutto il mondo arabo fino al Golfo (Bahrein). I regimi dominanti sono travolti, alcuni Presidenti  (Mubarak in Egitto, Ben Ali in Tunisia) sono costretti a lasciare il potere. La vittoria dei Fratelli Musulmani in Egitto (Presidenza Al – Morsi) segna il punto di non-ritorno delle Primavere e apre la via alla restaurazione (Presidenza Al – Sisi).  Il singolare destino della Libia, fino ad allora fuori dagli assetti euro-mediterranei, vede con la morte di Qaddafi la disgregazione del paese e il ritorno alla divisione tribale e regionale (Tripolitania e Cirenaica).

L’Unione rivede la PEV per adattarla alle mutate situazioni sul terreno. L’approccio bi-regionale diventa sempre meno praticabile e lascia il posto all’approccio bilaterale sulla base della formula more for more. La Commissione Juncker (2014 – 19) dichiara che durante il suo mandato non si procederà ad ulteriori allargamenti. Continuano sempre più stancamente i negoziati con la Turchia, la Presidenza Erdogan porta il paese verso l’islamizzazione dei costumi e una politica estera neo-ottomana. I Balcani occidentali sono in lista d’attesa, superato lo stallo della Commissione Juncker  sperano in un accesso in tempi ragionevolmente rapidi per consolidare le riforme interne.

Nel 2019 la Commissione von der Leyen si dichiara possibilista riguardo alle nuove adesioni ma deve fronteggiare nell’immediato il recesso del Regno Unito e lo scoppio della pandemia Corona-19.

Dopo il 2016 il rapporto con la Turchia diviene sempre più problematico: il fallito golpe offre l’occasione al regime di stringere la morsa sulle opposizioni, l’intesa con l’UE sui profughi diviene uno strumento di pressione nei confronti degli europei.

Il quadro dei rapporti euro-mediterranei conosce momenti di difficoltà a causa delle varie crisi aperte. In Iraq la sconfitta di ISIS – DAESH lascia comunque spazio al revanscismo delle milizie sciite contro la presenza americana. La denuncia dell’accordo sul nucleare con l’Iran accentua la politica delle sanzioni ma non produce l’auspicato régime change a Teheran. La Siria è faticosamente stabilizzata grazie all’intervento russo a sostegno di Assad, ma restano le sacche di resistenza e le fughe dei displaced people verso le porte dell’Unione. La Libia è teatro dello scontro fra Serraj e Haftar, ciascuno sostenuto da sponsor esterni.

In Israele tre tornate elettorali non definiscono un quadro chiaro delle alleanze politiche. Il Premier uscente Netanyahu può contare sull’appoggio americano che si è sostanziato in tre passaggi fondamentali: riconoscimento della sovranità sul Golan già siriano, trasferimento dell’Ambasciata a Gerusalemme, denuncia dell’accordo con l’Iran.  Una sorta di entente cordiale interviene con l’Arabia Saudita in chiave anti-iraniana. Si profila una nuova falda: non più fra arabi e israeliani ma fra sunniti e sciiti, i primi spalleggiati da USA e Israele.

Il “piano di pace del secolo” annunciato da Trump nel 2019 resta nel cassetto in attesa che si chiarisca la situazione a Gerusalemme. Il piano è squilibrato a favore di Israele riconoscendo ai Palestinesi una sorta di risarcimento economico in cambio della rinuncia a certe rivendicazioni territoriali. L’Autorità Palestinese non riconosce più agli americani il ruolo di onesti mediatori, riduce al minimo i rapporti diplomatici con Washington.

di Cosimo Risi