In Cina i contagi da Corona-virus sono ormai in drastico calo. Il focolaio da dove partì la “strana polmonite” appare perciò quasi estinto: da strage in strutture sanitarie frettolosamente orchestrate a morbo addomesticato in parte nelle conseguenze e nei numeri. La popolazione cinese circolante per il globo è stata almeno inizialmente un involontario vettore di infezione. I cittadini cinesi, negli oltre quaranta giorni che hanno separato i primissimi casi dai provvedimenti più restrittivi, si sono mossi per le ragioni più varie – oltre che molte di esse eticamente condivisibili e giuridicamente fondate prima della deflagrazione dei contagi (ricongiungimenti familiari, lavoro, turismo estero, del quale ormai la Cina è tra i più cospicui attori mondiali).

Ciò non toglie che il male irreversibile, quello che si diceva avrebbe abbattuto la crescita pechinese altrimenti inarrestabile, si è lì in un certo senso normalizzato, senza lasciare la Repubblica popolare del tutto priva di basi e radici. Al contrario, se l’impatto nel primo semestre dell’anno in corso sarà durissimo e afflittivo, visto che alcune delle zone più colpite sono vere e proprie locomotive di manifattura e servizi per tutta l’Asia e parte del mondo, nel divenire lo stato di salute politico-economico della Cina sembra in grado di raddrizzarsi presto.

Sul piano politico-istituzionale, il regime monopartitico cinese era alle prese con una delle crisi di legittimazione più complesse della sua storia: dopo una prima, parziale, ondata di sdegno legata ai fenomeni corruttivi, non si può dire non vi fosse nel territorio della Repubblica un certo malcontento per le politiche gestorie e, forse, per l’immagine stessa di dirigenti e quadri del Partito Comunista. La prima fase di stallo fu risolta anche grazie a una programmatica e selettiva riscoperta di valori confuciani, tra cui la lealtà nell’amministrazione. Il neocapitalismo cinese, come il comunismo maoista, aveva tradizionalmente avversato la vena conservativa e moderata del confucianesimo: troppo reazionaria e difensiva per i rivoluzionari di ieri, troppo “lenta” e cattedratica per i mercati di oggi. Eppure, per la formazione di un’etica pubblica, in una terra di evidente varietà demografica e religiosa, gli insegnamenti confuciani erano divenuti tracce di un discorso amministrativo basato sulla concordia, sulla mitezza, sulla temperanza, sulla non ostentazione. Quel passaggio, cioè, da granaio o indotto a tigre, che era in parte fallito a un Giappone due decenni prima stritolato da una poco affidabile massa di debito pubblico e da una ancor meno generazionalmente gestibile sovrapproduzione tecnologica.

Sul piano economico, la Cina sta procedendo con ancora maggiore lungimiranza, dimostrando fastidio e ferite dopo la politica statunitense di controllo delle importazioni, ma senza sin qui patire troppo lo schiaffo subito (sul quale, anzi, verosimilmente lo schiaffeggiatore, se non chiedere scusa, dovrà presto riconsiderare). La Cina detiene molto debito dei partners occidentali; con geometrica calibratura è entrata direttamente nel mercato delle materie prime in Africa. Lì le sue politiche espansive hanno prodotto anche alcuni buoni risultati di miglioramento di vita per le popolazioni locali, ma l’investimento de futuro vale necessariamente la candela.

Sul piano di immagine, in pochi mesi sembra realizzarsi la transizione dal gigante moribondo al vecchio largitore che soccorre senza rancori gli Stati più colpiti. Lo ha fatto in Italia, procederà in Spagna, forse sarà necessario negli stessi States. Insomma, sono le coordinate di una politica anche simbolica per cui il più forte effettua il gesto più caritatevole. È il cane debole quello che abbaia troppo. La Gran Bretagna ne sa qualcosa: ringalluzzita lo spazio di un mattino da una Brexit che si voleva come asse preferenziale tra Londra e Washington, oggi sconta tortuose misure attuative e le conseguenze di una decretazione interna che ha a lungo evitato ogni interdizione alle attività pubbliche, anche ricreative. 

C’è un nuovo ordine globale alle porte che non avrà un nuovo leader permanente?

Nel secolo breve, la sfida tra occidentalismo e sovietismo si era risolta col primato statunitense e coi tentativi di profilazione di uno spazio autonomo per l’integrazione europea (era riuscito a metà, la metà già costruita la stan facendo crollare a colpi di inavvedutezza tecnico-regolativa, oltre che emozionale e di principio). Dopo l’11 Settembre, gli USA sembravano venir fronteggiati da un nugolo di competitori occasionali: il mondo arabo-islamico è ancora troppo frammentario nella propria rappresentanza politica esterna e ogni legislatura, nei diversi Stati, mette in mostra prim’attori che sin qui son durati poco; dei BRICS, sembra rimasta in piedi con pienezza di titolo, appunto, la sola Cina. Il Brasile di Bolsonaro mostra i muscoli, ma i dati economici aggregati e soprattutto la garanzia interna dei diritti di libertà mostrano la corda. Il Sudafrica è ancora in un trend generale buono, ma si è periferizzato di nuovo dalle scelte di sistema. L’India è alle prese col primo vero deficit di pluralismo costituzionale del suo sistema federale: un nazionalismo che contemporaneamente vuole ergersi a difensore delle conquiste sociali (e poco sta riuscendo) e a tutore da ogni contaminazione etnica, di casta, persino di religione. La Russia di Putin è una realtà interessante, sul piano geopolitico come su quello giuridico-comparatistico. La varietà di consuetudini e la tradizionale qualità dottrinale dell’ordinamento federale possono però motivare la passione degli studiosi, ma non risolvono un Paese che non marcia allo stesso passo, tra metropoli ed entroterra, tra luoghi di confine e centro dello Stato, tra abnorme consolidamento dell’elite energetica e limitate aspirazioni ideali di un ceto borghese politicamente nuovo quanto sottorappresentato.

È presto per dire se il Mar Giallo ingloberà il Mediterraneo, ma una prudenza di accortezza strategica pur fa bisbigliare agli osservatori internazionali più sperimentati: ricondurre l’Italia (che noi stessi deprechiamo per finita e invece ha eccellenze appetite e riconosciute) sotto il cappello di un protettore significa trainare a sé una parte importante di Mare Nostrum e forse anche di Europa.

di Domenico Bilotti